Un orinatoio firmato con uno pseudonimo esposto come scultura. Una Monna Lisa con i baffi disegnati a matita. Poesie composte estraendo parole a caso da un sacchetto. Serate al cabaret in cui gli artisti urlavano testi incomprensibili, facevano rumori con oggetti, si comportavano come bambini di fronte a un pubblico scandalizzato. Questo era il Dadaismo: il movimento più radicale, anarchico e provocatorio della storia dell'arte moderna, nato nel mezzo della Prima Guerra Mondiale come grido di rifiuto totale verso una civiltà che si stava distruggendo da sola. Un movimento che dichiarava di essere anti-arte, eppure ha cambiato per sempre la storia dell'arte. Un movimento che durata solo pochi anni, eppure la sua influenza si avverte ancora oggi in ogni forma di arte concettuale, di performance, di arte provocatoria.
Per capire il Dadaismo bisogna capire il contesto in cui nacque: la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), con i suoi quindici milioni di morti, le trincee, i gas velenosi, il corpo a corpo nel fango. Una carneficina industriale che distrusse per molti giovani europei ogni fiducia nella ragione, nel progresso, nella civiltà. Se la razionalità aveva prodotto questo, allora la razionalità era il nemico.
La Svizzera era il paese neutrale dove si rifugiarono intellettuali, artisti e disertori da tutta Europa. A Zurigo, nel 1916, un gruppo di questi rifugiati si incontrò e diede vita a qualcosa di completamente nuovo. Il 5 febbraio 1916 il regista teatrale tedesco Hugo Ball aprì il Cabaret Voltaire, un locale in cui si tenevano serate di musica, poesia e performance assurde. Il nome era un omaggio sarcastico al filosofo illuminista Voltaire: la ragione illuminista aveva condotto alla guerra, quindi la ragione andava derisa.
Attorno al Cabaret Voltaire si raccolsè il primo nucleo dadaista: il poeta rumeno Tristan Tzara, il pittore e scultore alsaziano Hans Arp, l'architetto rumeno Marcel Janco, il poeta tedesco Richard Huelsenbeck, la pittrice e danzatrice Sophie Täuber. Personalità diverse per origine, formazione e stile, accomunate da un'unica cosa: il rifiuto totale di tutto ciò che esisteva prima.
La leggenda vuole che il nome Dada sia stato trovato aprendo a caso un dizionario Larousse il 8 febbraio 1916: Tristan Tzara vi inserì un segnalibro e la parola che incontrò fu “dada”. In francese significa “cavalluccio” (il giocattolo per bambini), in russo significa “sì, sì”, in alcune regioni italiane significa “dado”. Ma il suo significato esatto era irrilevante per i fondatori: ciò che contava era che la parola era infantile, arbitraria, priva di senso.
“Dada non significa nulla” — così recita il Manifesto Dada scritto da Tzara nel 1918. E questa assenza di senso era programmatica: se la civiltà razionale aveva prodotto la guerra, allora un'arte senza senso era più onesta di qualsiasi arte che pretendesse di avere un significato.
Nel 1918 Tristan Tzara pubblicò il Manifesto Dada, il testo teorico fondamentale del movimento. È un documento paradossale: un manifesto che dichiara di essere contro i manifesti, un programma che programmaticamente rifiuta ogni programma.
Alcune delle sue affirmazioni fondamentali sintetizzano la filosofia dadaista: Dada non significa nulla. Dada è contro la realtà e tutto ciò che è razionale. Dada è la vita stessa.
Il Dadaismo si poneva come negazione assoluta di tutto: dell'arte accademica e delle avanguardie precedenti (contro i cubisti, contro i futuristi, contro gli espressionisti), della morale borghese, del nazionalismo, del capitalismo, della guerra. Ma soprattutto si poneva come negazione dell'idea stessa che l'arte dovesse avere un significato, una bellezza, una funzione. Per i dadaisti, l'arte era morta insieme alla civiltà che l'aveva prodotta. Bisognava ricominciare da zero, dal caos, dal caso, dal non-senso.
Il principio regolatore del Dadaismo era il caso: la casualità come antidoto alla razionalità che aveva portato alla guerra. Tristan Tzara componeva le sue poesie tagliando le parole da un giornale, mettendole in un sacchetto e pescandole a caso. Hans Arp creava collage disponendo i pezzi di carta secondo le leggi del caso. Il risultato non doveva piacere, non doveva avere senso: doveva provocare, disturbare, costringere il pubblico a interrogarsi su cosa fosse davvero l'arte.
Marcel Duchamp (1887-1968) è la figura più influente e rivoluzionaria del Dadaismo, l'artista le cui idee hanno avuto l'impatto più profondo e duraturo sull'arte del Novecento. Francese di origine, Duchamp operava principalmente tra Parigi e New York, e fu il ponte principale tra il Dadaismo europeo e quello americano.
La sua invenzione fondamentale è il ready-made: prendere un oggetto di uso comune, già prodotto industrialmente, toglierlo dal suo contesto originale e presentarlo come opera d'arte, firmandolo o leggermente modificandolo. L'idea è devastante nella sua semplicità: se un artista decide che qualcosa è arte, quella cosa è arte. Il valore di un'opera non sta nella sua fattura manuale, nella sua bellezza o nella sua tecnica: sta nell'idea che l'artista propone.
Nel 1913 Duchamp creò il primo ready-made: una Ruota di bicicletta montata capovolta su uno sgabello da cucina. Nessuna funzione pratica, nessuna bellezza tradizionale: un oggetto meccanico privato della sua utilità e inserito in un contesto artistico.
Nel 1917 arrivò il ready-made più provocatorio e discusso della storia dell'arte: Fontana. Duchamp prese un orinatoio maschile da bagno pubblico, lo rovesciò sulla parte più larga e lo firmò con lo pseudonimo R. Mutt. Lo invio per essere esposto alla mostra della Società degli Artisti Indipendenti di New York, che rifiutò di esporre l'opera. La Fontana di Duchamp è oggi considerata l'opera più influente del XX secolo secondo numerosi sondaggi tra critici e curatori internazionali. Non per la sua bellezza, ovviamente, ma per ciò che rappresenta: la domanda radicale “cos'è arte?” ancora irrisolta.
Un altro ready-made rettificato celeberrimo è L.H.O.O.Q. (1919): una riproduzione della Monna Lisa su cui Duchamp disegnò a matita baffi e pizzetto. Il titolo, pronunciato come le iniziali in francese, forma una frase volgare. L'intento era chiaramente provocatorio: deridere il culto dei capolavori del passato, smontare la sacralità dell'arte con una risata.
Dopo la guerra il Dadaismo si diffuse in tutta Europa, assumendo caratteristiche diverse in ogni città. A Berlino, nel clima di crisi della Repubblica di Weimar, il Dadaismo prese una piega più marcatamente politica. Gli artisti berlinesi come John Heartfield, George Grosz e Hannah Höch svilupparono il fotomontaggio: tagliare e incollare fotografie da giornali e riviste creando immagini composite cariche di significato satirico e politico.
I fotomontaggi di John Heartfield contro il nazismo, pubblicati sulla rivista AIZ, sono tra le immagini di satira politica più potenti del Novecento: Hitler trasformato in un robot che divora monete d'oro, le aquile del Reich usate come emblemi di morte. Heartfield usò il fotomontaggio dadaista come arma politica diretta, con un'efficacia comunicativa che nessun altro mezzo avrebbe permesso.
Kurt Schwitters (1887-1948), artista tedesco di Hannover, sviluppò una versione personalissima del Dadaismo che chiamò Merz: una parola trovata per caso in un ritaglio di giornale, frammento della parola “Kommerz” (commercio).
I Merzbilder di Schwitters erano assemblaggi di oggetti trovati per strada o raccolti dalla spazzatura: biglietti del tram, chiodi arrugginiti, pezzi di giornale, fili, frammenti di legno. Schwitters li componeva su tele o superfici piane, creando opere che erano al tempo stesso testimonianze del mondo contemporaneo e atti di riciclo poetico. Per Schwitters ogni oggetto scartato dalla vita quotidiana conteneva una storia, una dignità, una bellezza nascosta. L'arte era il gesto di raccoglierli e dar loro una nuova vita.
Man Ray (1890-1976), fotografo e artista americano, fu la figura centrale del Dadaismo a New York insieme a Duchamp e Francis Picabia. La sua invenzione più originale furono le Rayografie (o Rayogrammi): immagini fotografiche ottenute posando oggetti direttamente sulla carta fotosensibile senza macchina fotografica. Le sagome degli oggetti impressionano la carta attraverso la luce, creando immagini fantomatiche che sembrano appartenere a un mondo tra il reale e il sogno. La tecnica era automatica nel senso dadaista: il caso e la fisica del processo fotografico determinavano il risultato.
Il Dadaismo era nato come pura negazione: poteva distruggere ma non costruire. Questa era la sua forza e il suo limite. Tra il 1922 e il 1924 il movimento si esaurì progressivamente: le personalità troppo forti che lo componevano andarono in direzioni diverse, le tensioni interne divennero insanabili.
Fu André Breton a raccogliere l'eredità del Dadaismo trasformandola in qualcosa di costruttivo: il Surrealismo. Dove il Dadaismo si fermava alla distruzione, il Surrealismo proposes una nuova strada: invece di negare la realtà, esplorarla più a fondo attraverso l'inconscio e il sogno. Invece di produrre non-senso, produrre un senso superiore che includesse l'irrazionale.
Il Dadaismo visse ufficialmente pochi anni, ma la sua influenza fu e rimane enorme. Senza il Dadaismo non ci sarebbero stati il Surrealismo, l'Arte Concettuale, la Performance Art, la Pop Art, Fluxus, i movimenti di street art, i meme internet. Ogni volta che un'opera d'arte provoca, scandalizza, nega se stessa, gioca con il non-senso — sta usando strumenti inventati dal Dadaismo.
Il Dadaismo è il movimento artistico che più direttamente anticipa l'arte concettuale del secondo Novecento: l'idea che l'arte sia un'idea prima che un oggetto, che l'artista sia colui che propone significati piuttosto che colui che produce oggetti belli. Joseph Kosuth, Andy Warhol, Yoko Ono, Banksy: sono tutti eredi diretti di Duchamp e del Dadaismo.
Il ready-made di Duchamp sopravvive in ogni opera d'arte che usa oggetti trovati, in ogni installazione che trasforma spazi ordinari in luoghi artistici, in ogni performance che usa il corpo dell'artista come medium. La domanda “cos'è arte?” che il Dadaismo pose con l'orinatoio di Duchamp non ha ancora trovato risposta definitiva — e forse non dovrebbe trovarla.
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