Se l'Impressionismo è il movimento dell'occhio — che dipinge ciò che vede — l'Espressionismo è il movimento dell'anima: dipinge ciò che sente. Questa inversione di direzione, dal mondo esterno verso quello interiore, è la rivoluzione concettuale più profonda che l'arte abbia mai compiuto, e le cui conseguenze si sono propagate per tutto il Novecento, dall'Europa devastata dalle guerre fino alle strade di New York, dai dipinti di Kirchner alle grandi tele sul pavimento di Jackson Pollock. In questo articolo esploriamo l'Espressionismo nella sua accezione più ampia: dall'Espressionismo tedesco delle origini, attraverso il Blaue Reiter di Kandinskij, fino all'Espressionismo Astratto americano e all'Action Painting.
Prima che il termine “Espressionismo” esistesse, alcune opere della fine dell'Ottocento ne anticipavano già la sostanza con straordinaria chiarezza. Edvard Munch (1863-1944), pittore norvegese di formazione post-impressionista, portò la pittura in territori emotivi mai esplorati prima: i suoi dipinti non descrivono la realtà ma la deformano, la torcono, la dipingono attraverso il filtro dell'angoscia e della paura. L'Urlo (1893) è l'opera che più di ogni altra sintetizza questo approccio: la figura in primo piano non ha un volto riconoscibile ma una maschera di terrore, il cielo e il paesaggio si fondono in onde di colore distorte che sembrano vibrare di un'energia psichica insopportabile.
Vincent Van Gogh usava pennellate vorticose e colori innaturali per dipingere non ciò che vedeva ma ciò che sentiva. Paul Gauguin cercava nelle culture “primitive” un'autenticità emotiva che la civiltà europea aveva perduto. Questi tre artisti, insieme al belga James Ensor con le sue maschere grottesche, sono i precursori diretti dell'Espressionismo: gli artisti che aprirono la porta attraverso cui tutto il movimento sarebbe passato.
Il 7 giugno 1905 a Dresda, quattro studenti di architettura fondano il gruppo Die Brücke (Il Ponte): Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Karl Schmidt-Rottluff e Fritz Bleyl. Il nome è tratto da uno scritto di Nietzsche: l'uomo è un ponte verso qualcosa di più grande di sé. L'arte, per i membri del Ponte, doveva essere quel ponte tra l'interiorità dell'artista e lo spettatore, tra l'impulso emotivo grezzo e la sua traduzione visiva.
Il loro programma era semplice e radicale: nessuna regola accademica, solo l'obbedienza immediata all'impulso emotivo. I risultati visivi erano altrettanto radicali: corpi deformati dipinti con colori violenti e innaturali, prospettiva abolita, contorni duri e spezzati, linee taglienti come lame. I soggetti preferiti erano i ritratti, i nudi, la vita urbana di Berlino — ma ogni soggetto era solo un pretesto per parlare del disagio interiore, dell'angoscia, della critica alla società borghese.
Al nucleo fondatore si aggiunsero nel tempo Emil Nolde, Max Pechstein e Otto Mueller. Lo strumento di comunicazione privilegiato del gruppo era la xilografia: segni scuri, profondi, linee spezzate — un linguaggio grafico perfetto per la comunicazione immediata dell'impulso espressionista e per raggiungere un pubblico più ampio del quadro a olio.
Il gruppo si sciolse nel 1913 per divergenze artistiche, dopo che i singoli membri avevano sviluppato personalità troppo forti per coesistere.
Nel 1911, a Monaco di Baviera, il pittore russo Vasilij Kandinskij e il tedesco Franz Marc fondano il gruppo Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro): il nome viene da Kandinskij, che in quel periodo dipingeva cavalieri al galoppo, e dall'amore di Marc per il colore azzurro come colore spirituale per eccellenza.
Il Cavaliere Azzurro era un gruppo molto diverso dal Ponte per composizione e per obiettivi. Era cosmopolita (includeva russi, tedeschi, svizzeri), si interessava anche di musica, letteratura e teatro, e soprattutto portava l'Espressionismo verso una direzione radicalmente nuova: l'astrazione totale.
Per Kandinskij, l'espressione interiore era talmente importante da poter prescindere completamente dalla rappresentazione del mondo esterno. Se bastano il colore e la forma pura a comunicare un'emozione, perché rappresentare un oggetto riconoscibile? Nel 1910 Kandinskij dipinge quello che è considerato il primo dipinto astratto della storia: un acquerello senza alcun riferimento figurativo, solo macchie di colore e segni.
Il gruppo si disciolse nel 1914 con l'inizio della Prima Guerra Mondiale. Franz Marc partì per il fronte e morì nel 1916. Ma l'idea che Kandinskij aveva seminate — che la pittura potesse essere pura espressione interiore senza oggetti — aveva già cambiato per sempre la storia dell'arte.
Parallelamente all'Espressionismo tedesco, l'Austria produceva due tra le voci più intense e personali dell'intero movimento.
Egon Schiele (1890-1918), allievo di Klimt, portava la deformazione espressionista al corpo umano in modo ossessivo e provocatorio: figure scheletriche, contorni secchi e spezzati, colori acidi, posture contorte che esprimevano disagio esistenziale e tensione sessuale con una franchezza senza precedenti nell'arte europea.
Oskar Kokoschka (1886-1980) sviluppò uno stile di ritrattistica psicologica di straordinaria intensità: i suoi soggetti sembravano mostrarsi dall'interno, con le loro nevrosi e le loro angosce visibili sulla superficie stessa della pelle. Kokoschka mutò stile più volte nel corso della lunga carriera, ma rimànse sempre fedele all'impulso espressionista di dipingere la vita interiore piuttosto che quella esteriore.
Dopo la Prima Guerra Mondiale l'Espressionismo tedesco si trasformò. Il trauma delle trincee, la crisi economica e l'ascesa del nazionalismo produssero una corrente ancora più cruda e politicamente impegnata: la Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit), con artisti come Otto Dix, Max Beckmann e George Grosz, che dipinsero la brutalità della guerra e la degenerazione della società tedesca con un realismo deformato e feroce.
In Italia l'Espressionismo trovò espressione nella Scuola Romana di Via Cavour, con pittori come Mario Mafai, Scipione e Antonietta Raphaël, e in artisti come Renato Guttuso che usarono il linguaggio espressionista per una pittura di impegno sociale e politico.
La storia dell'Espressionismo non finisce con la fine dell'Espressionismo storico europeo: fa un salto enorme di spazio e tempo e rinasce a New York negli anni Quaranta del Novecento, in forma completamente rinnovata.
Il contesto è determinante per capire il perché. La Seconda Guerra Mondiale aveva costretto decine di artisti europei d'avanguardia a emigrare negli Stati Uniti, portando con sé il Surrealismo, il Dadaismo, l'Astrattismo e l'Espressionismo. A New York questi semi cadono su un terreno fertile: una cultura giovane, senza le zavorre dell'accademia europea, in un paese che stava emergendo come la nuova potenza mondiale. Nasceva così il primo grande movimento artistico autenticamente americano: l'Espressionismo Astratto, detto anche Scuola di New York.
Il movimento si articola in due filoni principali.
L'Action Painting: Il gesto come pittura. Il processo come opera.
La Color Field Painting: Il colore come emozione pura, steso in grandi campiture piatte.
Jackson Pollock (1912-1956) è la figura più rivoluzionaria e la più leggendaria dell'intero Espressionismo Astratto. La sua tecnica del dripping — far colare il colore su una tela posata sul pavimento, muovendosi attorno ad essa — rappresenta una delle rotture più radicali nella storia dell'arte occidentale.
Pollock abolisce il cavalletto. Posa la tela a terra e vi gira intorno, versando, spruzzando, sgocciolando il colore dall’alto con bastoni, vecchi pennelli, siringhe. Non c’è un punto di vista fisso, non c’è un centro compositivo, non c’è una gerarchia di importanza tra le diverse zone della superficie: ogni centimetro della tela è curato allo stesso modo, con quello che i critici chiamano “approccio all-over”.
Il critico Harold Rosenberg, che coniò il termine Action Painting nel 1952, descrisse la tela come un’“arena in cui agire”: non uno spazio da riempire con un'immagine, ma un campo in cui l’artista combatte con se stesso, con le proprie emozioni, con il proprio corpo. Il dipinto finito non è il fine dell’opera: il fine è l’atto stesso del dipingere, il processo, la lotta.
Le radici di questa tecnica sono nell’automatismo surrealista (Max Ernst usava tecniche simili), nell’influenza della pittura murale messicana (Siqueiros), nella psicanalisi junghiana (Pollock era in analisi da anni) e nei riti degli indiani Navajo che dipingevano con la sabbia sul pavimento. Il dripping di Pollock è la sintesi di tutto questo.
Le grandi tele di Pollock come Full Fathom Five (1947) e Number 31 (1950) non sono caos: sono reti di energia visiva complessamente bilanciate, che a distanza si vivono quasi come ambienti, come spazi che circondano lo spettatore.
Willem de Kooning (1904-1997) è l’altra grande figura dell’Action Painting, ma a differenza di Pollock non abbandonò mai completamente la figurazione. La sua celebre serie Woman (anni Cinquanta) combina la violenza gestuale della pennellata espressionista con la rappresentazione della figura femminile in modo brutale e ambiguo.
Franz Kline (1910-1962) sviluppò uno stile di potenza straordinaria basato su grandi tratti neri su fondo bianco, come se l’architettura delle strutture in acciaio di New York fosse stata tradotta in energia pittorica pura. Le sue opere trasmettono una tensione fisica immediata: sembrano gesti più che dipinti.
L'altra grande corrente dell'Espressionismo Astratto è la Color Field Painting, di cui Mark Rothko (1903-1970) è la figura principale. Invece della violenza gestuale di Pollock, Rothko cerca il sublime attraverso la semplicità: grandi rettangoli di colore puro, leggermente sfumati ai bordi, su fondi di altro colore. Le sue tele enormi sono concepite per essere viste a breve distanza, per avvolgere lo spettatore in una esperienza quasi mistica del colore.
Rothko affermò più volte di non dipingere astratto: dipingeva emozioni umane fondamentali — tragedia, estasi, destino. Voleva che chi guardava i suoi dipinti piangesse davanti ad essi, come lui piangeva dipingendoli.
Altri importanti protagonisti della Color Field Painting furono Barnett Newman, con le sue “zip” di colore che dividono verticalmente grandi campi monocromatici, e Clyfford Still, con le sue superfici di colore che sembrano strappi di terra o di roccia.
L'Espressionismo non è un capitolo chiuso della storia dell'arte: è una tendenza ricorrente che riaffiora ogni volta che un artista sente il bisogno di dipingere la propria interiorità invece di descrivere il mondo esterno. Il Neoespressionismo degli anni Ottanta — con artisti come Anselm Kiefer, Georg Baselitz, Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente — riprese esplicitamente la tradizione espressionista in risposta al minimalismo e all'arte concettuale.
Nella pittura contemporanea, la tradizione gestuale e l'urgenza emotiva dell'Espressionismo sono ancora vive in decine di pittori in tutto il mondo. L'impulso di dipingere dall'interno verso l'esterno, di usare il colore e il gesto come linguaggio diretto dell'emozione, non conosce limiti storici: è una delle pulsioni più profonde e costanti di tutta la storia dell'arte umana.
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